Cyberbullismo: le leggi che lo regolano

L’avvocato Stefano Tigani, coordinatore provinciale della Fondazione Telethon nonché legale

dell’associazione Penelope Italia Onlus per Veneto e Friuli Venezia Giulia, di cui è anche personalmente

il referente, illustra le novità legali in maniera di bullismo e cyberbullismo. La difficoltà

di inquadrare il fenomeno in una fattispecie precisa e univoca.

Il fenomeno del cyberbullismo è stato posto, negli ultimi anni, sempre più sotto la luce dei riflettori, anche grazie all’intervento dei media e alla presa di coscienza dell’allarme e disvalore sociale che esso comporta.
Tuttavia, se è vero che si pubblicizzino molti casi riconducibili al fenomeno (il 14 enne che si è gettato nel vuoto a Padova, la 15 enne che si è tolta la vita bevendo candeggina, il 27 enne di Vercelli e altri ancora) è altrettanto vero come spesso le norme che lo contrastino e quelle che ne regolino le conseguenze non solo penali, ma anche civili, restino fuori dall’informazione e dall’approfondimento.
Questo mio breve intervento si concentra nel cercare di rispondere, quindi, a tre semplici domande. Cos’è secondo la legge, il cyberbullismo? Come ci si difende? Quali conseguenze ne derivano? Iniziamo col dire che, con la legge 29 maggio 2017, n. 71, la legislatura uscente ha preso una direzione precisa nel normare il fenomeno in esame, apportando interessanti novità sia dal punto di vista sostanziale che da quello formale.
La relazione illustrativa del provvedimento esprime in maniera chiara e sufficientemente precisa l’intento del legislatore, che ha inteso tutelare, in primo luogo ma non solo, i minori.
Nella relazione stessa infatti possiamo leggere che “l’intervento normativo nasce dall’esigenza di apprestare una adeguata tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, fenomeno aggravatosi negli
ultimi tempi a causa del crescente utilizzo delle nuove tecnologie da parte dei più giovani…. si è ritenuto necessario un intervento normativo specifico dedicato al fenomeno, e ritagliato sulle specifiche esigenze di tutela dei minori”.
La legge 71/2017, incentrata su tali principi, è giunga a conferire al sistema scolastico un primario ruolo di informazione e formazione dei minori, estendendo al cyberbullismo dei rimedi già presenti nel panorama normativo, riferiti ad esempio al reato di “stalking” (art. 612 bis c.p.). Passando brevemente in rassegna il quadro introdotto dalla legge in questione, notiamo come il legislatore abbia innanzitutto
inteso fare ordine e definire (seppur in via non esaustiva) gli atti di
cyberbullismo, che si sostanziano in “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione,
furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione, di contenuti on line aventi ad oggetto
anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di
minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”.
La definizione ci consente di affermare con serenità che gli atti di c. e aggiungiamo quelli di bullismo in generale, sono atti delinquenziali, per cui a mio sommesso avviso dobbiamo prendere coscienza del fatto che chi commette questi atti è un vero e proprio delinquente, da punire ai sensi della legge penale, anche con la reclusione.
Altro aspetto poco pubblicizzato ma chiaramente contenuto nella nuova legge, quale strumento di difesa, è la possibilità di chiedere al titolare del trattamento o del sito internet o del social media l’oscuramento, la rimozione o addirittura il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore. Istanza che può fare non solamente il genitore, ma addirittura il minore che abbia compiuto il quattordicesimo anno di età. In
caso di inerzia, il legislatore introduce un rimedio nella possibilità di rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali affinchè la tutela sia assicurata.
Va detto poi, dal punto di vista pratico, che i modelli per esercitare questo importantissimo nuovo diritto sono scaricabili comodamente on line.
Un’altra importantissima novità, sintomatica della serietà con cui il problema è stato affrontato, è l’introduzione o per meglio dire l’estensione della normativa in materia di “ammonimento” prevista per gli atti persecutori (il c.d. stalking) agli atti di cyberbullismo che si concretino
in diffamazione, ingiuria, minaccia e violazione della normativa in materia
di privacy.
In sintesi, prima che sia proposta querela o denuncia, il questore, su istanza
della persona offesa, convocherà il responsabile o presunto tale, unitamente al genitore (se minorenne) ammonendolo e invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge.
Anche in questo intervento, dalla relazione illustrativa, emerge l’intento del
legislatore di concentrare la propria azione soprattutto sui minorenni e i
giovani cercando di renderli consapevoli del disvalore e del carattere lesivo dei propri gesti, per evitare che siano sottoposti a un processo penale.
Ed è proprio qui che si concentra a mio avviso l’importanza della scuola, chiamata espressamente dalla legge a individuare un referente che abbia il compito di coordinare le iniziative di prevenzione e contrasto del cyberbullismo in associazione con le Forze dell’ordine e
diciamo pure, del terzo settore.
E in tutto questo, la famiglia cosa deve fare? La legge non lo dice espressamente e perché? La risposta è semplice: perché non serve dirlo.
Il genitore ha la responsabilità genitoriale sul minore e questo da solo gli impone un severo controllo sulle conoscenze e sulle modalità (anche informatiche) con cui lo stesso si relaziona con gli altri, per evitare da un lato che possa diventare vittima di abusi di qualsiasi tipo, dall’altro che ne diventi l’autore.
Già, perché la normativa è molto severa non solo sul punto delle pene applicabili all’autore dei gesti delittuosi che caratterizzano il fenomeno in esame, ma anche su chi, come il genitore o il tutore, abbia la responsabilità sul minorenne o sul soggetto rappresentato.
Il panorama giudiziario a disposizione offre centinaia di esempi di genitori condannati civilmente al risarcimento del per i danni causati dai figli, che possono avere dimensioni tragiche anche dal punto di vista economico.
Una recentissima sentenza del Tribunale di Sulmona ha infatti chiaramente
stabilito che il genitore debba provare, per essere esente da responsabilità civile, “il corretto assolvimento dei propri obblighi educativi e di controllo sul figlio, solo in tal modo potendosi esonerare dalla condanna risarcitoria”.
Il consiglio pertanto è quello di dare per scontato nulla nel comportamento del proprio figlio, controllandolo adeguatamente e confrontandosi sul tema periodicamente.Oggi la legge, fortunatamente, ci ha fornito qualche strumento in più.

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