Nell’abisso del silenzio e dell’indifferenza

“Aiutami a non saltare nel vuoto” è stato il vero filo conduttore del progetto iniziato dalla Fondazione Asso..Safe due anni fa a Santa Maria di Sala, in Provincia di Venezia, nell’Istituto Comprensivo Cordenons. Aiutare i ragazzi della scuola ad affrontare le problematiche inerenti il bullismo ma aiutare anche gli adulti, i genitori e gli insegnanti, che spesso hanno le stesse difficoltà dei più giovani ad affrontare il problema. Il ciclo di incontri si è infatti concluso, come ogni anno, a Villa Farsetti dove i genitori, gli educatori e gli insegnanti hanno potuto approfondire le tematiche trattate durante l’anno scolastico.

Silenzio ed indifferenza: questi sembra-no essere i due aggettivi che, alti come muri, si ergono nella nostra società! Il clima che si respira è intriso di paura, rabbia, impotenza, frustrazioni che ab-biamo imparato, gioco forza, a tenere a bada, vestendo così le nostre giornate di finti sorrisi, di maschere che all’occor-renza cambiamo in base alla situazione che ci troviamo a vivere.
Sembriamo a tratti circensi, a tratti geni, a tratti incapaci di intendere e volere, fatto sta che nessuno, di fronte alla ge-neralizzata degenerazione dell’essere umano, parrebbe essere in grado di trac-ciare un limite, un confine.
Etichettiamo tutto come “fenomeno”, come se costantemente si abbattesse, contro la nostra volontà, una qualche calamità naturale, che non possiamo in alcun modo fermare e/o prevedere e che, ogni volta, assume caratteristiche, forme e dimensioni diverse.
Eppure, a ben guardare, seppur con for-me e dimensioni diverse, le caratteristi-che di questi “fenomeni” hanno tutte matrici comuni: violenze fisiche, violen-ze psicologiche, soprusi, prevaricazioni, sopraffazioni, abusi: tutti esprimono il disagio di un conflitto con una realtà che, da un lato impone doveri, con i qua-li tutti noi facciamo fatica a rapportarci, dall’altro non condanna o punisce, auto-rizzandoci, tacitamente, a utilizzare lo stesso perverso “modus operandi”.
Per questa ragione, con l’incontro a chiusura del progetto Frena il Bullo, tenutosi a Santa Maria di Sala (VE) lo scorso 17 maggio, con i genitori degli allievi dell’istituto Cordenons (le classi seconde medie inferiori hanno fruito del progetto che è partito a gennaio e si è concluso nel mese di aprile), si è voluto fare una riflessione urgente sui compor-tamenti degli adulti, perché la necessità, ad oggi, è correggere la rotta rispetto ai nostri valori e, alla conseguente (non)educazione che diamo ai nostri figli.
I relatori che si sono avvicendati durante l’incontro, hanno parlato dei risvolti legali, criminologici, psicologici e tecno-logici, legati ad atteggiamenti o compor-tamenti, diciamo così “inadeguati” da parte dei loro figli.
L’intervento che più ha scosso le co-scienze, è stato quello di Maria Catram-bone Raso, la mamma di Michele Ruffi-no che, a soli 17 anni, l’anno scorso, si è tolto la vita lanciandosi da un ponte di Alpignano (TO).
È difficile guardare negli occhi il dolore di una madre, è difficile raccogliere le sue lacrime di disperazione, è difficile rispondere a tutti i suoi perché, è diffici-le dirle e darle sostegno perché nessuno più al mondo potrà restituirle il suo be-ne più prezioso: un figlio. Abbiamo for-temente voluto che questa mamma par-lasse ad altri genitori affinché, tutti, po-tessimo prendere coscienza che ciò che accade, non sono racconti di storie nar-rati in tv o scritti sui giornali, ma sono vite vere, di persone che pensano che quello che vedono a loro non accadrà mai.
Ho visto molte lacrime scendere dai volti di mamme e papà che ascoltavano Maria, molti abbracci che hanno stretto il dolore di questa mamma e di questo papà.
Ci ritroviamo ad aver creato una realtà, un mondo, in cui tutto è iper, intra, ul-tra, ma di questa realtà, di questo mon-do, in cui abbiamo messo i nostri figli, non abbiamo le istruzioni d’uso, utiliz-ziamo modelli di riferimento vecchi, obsoleti ed inadeguati, addossando, ine-vitabilmente, la colpa a terzi, o attri-buendo ai ragazzi una mancanza di va-lori. I ragazzi di valori ne hanno, sono solo cambiati i modelli educativi e i tem-pi: è a questi che

Prendere, o meglio, riprendere coscienza delle nostre Responsabilità educative, significa rispettare le tappe di crescita dei nostri figli, sostituendo all’egoistico “Amore” latino, un serio accompagna-mento lungo le vie della vita per aiutare un piccolo uomo a crescere con i suoi tempi. Ed è necessaria una bella iniezio-ne di autorevolezza, perché non esistono progetti educativi senza regole e senza l’autorevolezza necessaria a declinarli. Gli adulti devono essere credibili, coe-renti, dotati di buon senso e autorevo-lezza, ed è soprattutto determinante dare l’esempio!
I luoghi in cui attecchisce la formazione e l’educazione, non deve essere solo “attraente” (proporre investimenti in strutture sportive, attività di ogni tipo, tecnologicamente avanzata), ma deve esigere impegno e risultati di qualità. Il patto educativo tra scuola e famiglia deve mirare al raggiungimento del me-desimo obiettivo: solo così si potranno aiutare i ragazzi a crescere con persona-lità forti, in grado di affrontare le situa-zioni sfavorevoli della vita. Senza merito e fatica non si potranno mai ottenere risultati: e questo è un messaggio educa-tivo che, nonostante i cambi generazio-nali, non è mai cambiato!
Resta però il problema principale che è alla base del disagio giovanile: ogni pro-getto di crescita implica fatica e dolore interminabili. Il messaggio che arriva e che interiorizzano i nostri ragazzi, inve-ce, è del tutto illusorio, come se ci fosse la possibilità di anestetizzare la vita, usando comportamenti, sostanze, stra-tagemmi che, a vario titolo, non svinco-lano dalla “comodità” del dipendere…
I genitori e gli educatori devono neces-sariamente riappropriarsi, senza delega-re ad altri ciò che ad ognuno, per il ruolo che ricopre, compete, della propria fun-zione educativa: solo in questo modo si potrà riempire il grande vuoto esisten-ziale in cui vivono immersi i nostri ra-gazzi, aiutandoli a tollerare le frustra-zioni, non ad eluderle, aiutandoli a vive-re i momenti difficili, non a negarli…
Gli atti violenti, sia psicologici che fisici, assumono toni sempre più sadici, e le rappresentazioni simboliche della vio-lenza, fanno si che quasi assuma le con-notazioni di normalità….
Siamo riusciti a frantumare le vite dei nostri figli perché siamo stati capaci di renderli soli e al contempo dipendenti…li abbiamo privati del primario gruppo educativo sociale, la famiglia, cementan-do pericolosi cordoni ombelicali falsa-mente protettivi.
Il clima di permissivismo nel quale vivia-mo e la certezza di avere sanzioni blan-de, ci mettono al riparo dall’assumerci responsabilità. Ma è ora di sovvertire questo perverso schematismo all’interno del quale ci siamo intrappolati, dando un fulcro educativo unitario, fondato su una forte alleanza tra scuola e famiglia, garantendo ai figli di tutti la Vita.
Ricordiamoci che quel figlio di quella mamma che è morto, poteva essere il nostro…

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