GLI ADOLESCENTI DI OGGI E I GENITORI TROPPO AMICI. MENTALIZZARE LE RELAZIONI NON CONSENTE DI DIRE NO

Ergersi a “tecnici della sofferenza” è spesso il modus operandi, con cui il mondo adulto tenta di approcciare e/o risolvere i turbamenti degli adolescenti. Il bambino – adolescente non è un “secchio da riempire” con cose, oggetti, scuse, risposte, ma un essere umano che cerca di appropriarsi e di individuare il suo posto nel mondo. Qual è il ruolo dell’adulto educatore in questa delicata fase della vita?

Qualche giorno fa, leggendo un articolo su un quotidiano sono rimasta inorridita dalle modalità con cui il giornalista definiva il suicidio di un altro adolescente (il terzo nel giro di due settimane in Veneto).

Ha parlato di MORTE BIANCA, associando questi suicidi alle morti dei lattanti che si solito avvengono in culla, in maniera improvvisa ed inspiegabile.

La morte di qualcuno è sempre un evento traumatico e tragico, che lascia un segno indelebile nelle persone “che restano”, soprattutto quando parliamo di persone così giovani, nel pieno della vita e che godono di uno stato fisico di ottima salute.

Abbiamo imparato a definire tutto MORTE BIANCA, anche le morti sul lavoro vengono definite così, quasi si volesse a tutti i costi deresponsabilizzare, chiunque, di un fatto così tragico.

Perché, scusatemi, ma l’unico aggettivo che ammetto è tragico, improvviso ed inspiegabile no. Per me di inspiegabile ed improvviso, in questi suicidi non c’è nulla.

Che l’adolescenza sia un periodo della vita che espone il “non più bambino” a mutamenti fisici e grandi turbamenti emotivi in quanto si affaccia come individuo, come essere pensante e senziente, all’interno di una società che fa richieste sempre più pressanti, è noto a tutti ed esiste sin dalla notte dei tempi.

Ma se è vero che è un passaggio obbligato della vita, allora mi sorge spontaneamente una domanda “perché una volta no, e oggi un adolescente arriva così accessibilmente al suicidio?”. “Perché un adolescente ha la convinzione che non esistono vie di uscita e l’unica soluzione sia interrompere una sofferenza così devastante?”

Non servono manuali di psicologia per renderci edotti in questo, ma è noto ormai ai più che per poter passare dalla condizione infantile a quella adulta, si deve necessariamente e metaforicamente “uccidere” il bambino che abita dentro di noi, abbandonare le certezze ricevute dal nucleo familiare e addentrarsi nella “selva oscura” del mondo adulto.

Questo non è certamente un passaggio semplice e, la tristezza, la solitudine che si prova “perché nessuno mi capisce” sono sentimenti che accomunano e che hanno accomunato gli adolescenti di tutti i tempi.

E allora perché ad un certo punto le “porte si chiudono”?

Ho cercato di darmi una spiegazione e credo che, seppur in un processo evolutivo di enorme portata, ci siamo trovati ad aderire a proposte educative di “riempimento” piuttosto che di guida.

Ci siamo dati degli appellativi che trovo assurdi, ad esempio di “immigrati digitali”, in quanto la soluzione migliore, quella che abbiamo trovato per alleviare le nostre coscienze, per toglierci da ogni responsabilità, quella più titolata e che accomuna il pensiero comune è quella del “se non conosco, non lo posso fare”.

Ed ancora una volta l’adesione ad un pensiero condiviso e condivisibile ci mette al riparo da qualsiasi critica, da qualsiasi presa di posizione, dall’essere educatori.

Ci troviamo così a riempire secchi, colmare le lacune affettive e le assenze con cose, oggetti, con tutto ciò che ci lascia vivere in pace “senza colpo ferire”.

Non “guardiamo” più i nostri ragazzi, non siamo più i loro “specchi”, perché se li autorizzassimo a fare questo, ci esporremmo troppo, ci metteremmo a nudo, ci sentiremmo depauperati, in qualche modo, di un ruolo che facciamo fatica a mantenere, abbiamo paura che i nostri ragazzi possano vedere solo le nostre debolezze.

Non ci viene in mente che loro ci guardano in tutta la nostra interezza, non ci viene in mente che dobbiamo essere per loro un punto di riferimento, non ci viene in mente che abbiano bisogno di regole, non ci viene in mente che gli adulti rimaniamo sempre noi e che siamo sempre noi a consegnare loro le chiavi di accesso nel mondo adulto.

Come cicale in coro ci troviamo a parlare, discutere, criticare, a fare un chiasso assordante ed inconsistente, su quanto sia difficile fare gli educatori oggi, su quanto sia difficile trasmettere regole e saperi.

Alla fine, però, di tutto questo gran parlare, facciamo la fine delle cicale, che “dopo un’estate spesa a cantare muoiono”.

Non possiamo di certo aspettare che arrivi un principe azzurro a svegliarci dal sonno, non possiamo continuare ad aspettare che sia sempre qualcun altro a “trovare la soluzione”.

A volte complichiamo per semplificare, ma in questo caso abbiamo semplificato la vita per complicare l’esistenza.

Ci bendiamo, non ascoltiamo, ci basta sentire i passi del nostro bambino (tredicenne) che rincasa a notte fonda (quando ce ne accorgiamo). E poi ci troviamo da Barbara D’Urso a raccontare, in un crescendo apocalittico di ipocrisia, i fatti.

Tra le lacrime i genitori raccontano che era un ragazzo tranquillo, che non aveva grilli per la testa, che non è stata colpa sua, che qualcuno lo ha indotto a comportarsi così. Di fatto non sanno assolutamente nulla della vita dei loro ragazzi, di come passano il tempo, con chi, quando escono, quando entrano.

Riaccendere nei nostri ragazzi il fuoco della passione, lasciarli ardere per qualcosa o per qualcuno, lasciarli cadere, ma essere li, pronti per tender loro la mano, quando non ce la fanno a rialzarsi.

Questo è un educatore, questo è fare educazione: accompagnare, non fare la loro posto.

E qui non centrano i social network, non centra il controllo, non c’entra il voler trasgredire per dire “io ci sono”, centra solo che nel nostro personale processo evolutivo abbiamo scordato che empatia fa rima, da sempre, con autonomia.

Non sono una predicatrice, ma un’osservatrice sì. E quello che osservo, come in un sottile filo rosso che accomuna gli adolescenti e gli uomini di tutti i tempi è che, l’unico motore, quello che realmente “muove il mondo” è l’amore.

Lascio che siano le parole di Jung a spiegare quello che voglio dire certa che, la comune convinzione, sia che vivere sia, in estrema sintesi, un ATTO DI CORAGGIO.

“Comincia sempre da te; in tutte le cose e soprattutto con l’amore.  Amore è portare e sopportare se stessi.  La cosa comincia così. Si tratta veramente di te; tu non hai ancora finito di ardere; devono arrivarti ancora altri fuochi finché tu non abbia accettato la tua solitudine e imparato ad amare”.  (C. G. Jung – Libro Rosso).

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